Matcha, tra eredità cerimoniale e nuovi formati pronti da bere
Nel percorso del tè, il matcha ha finito per occupare uno spazio che oggi è facile riconoscere ma meno semplice da definire. Lo si incontra nei menu dei café, nelle versioni più contemporanee dei prodotti da scaffale e, sempre più spesso, nei formati ready-to-drink. Non è un passaggio lineare né un salto definitivo: è piuttosto il segno di una categoria che sta trovando nuove forme di visibilità.
Per capirlo, conviene tornare all’origine. Le radici del matcha vengono fatte risalire alla Cina, alla cultura del tè sviluppatasi in epoca Song, quando il tè in polvere veniva montato in acqua calda fino a formare una schiuma fitta e stabile. La qualità si misurava anche lì, nel gesto e nel risultato: nella consistenza della schiuma, nella precisione di chi preparava la bevanda, nella pulizia della tecnica. Quando questa pratica arrivò in Giappone, si trasformò gradualmente in qualcosa di più codificato, fino a confluire nella cerimonia del tè giapponese.
Questa distanza tra origine e forma contemporanea è utile anche per leggere il presente. Oggi il matcha viene consumato spesso in combinazioni che la tradizione non aveva previsto: con latte vegetale, dolcificanti o dentro una lattina pronta da bere. Non c’è necessariamente una frattura da difendere a ogni costo, ma c’è una trasformazione che vale la pena osservare con attenzione.
Un sapore che chiede mediazione
La visibilità del matcha è cresciuta in diversi mercati occidentali grazie a due racconti paralleli: da un lato l’immaginario legato al Giappone, dall’altro il linguaggio del functional food. Insieme hanno ampliato la curiosità attorno all’ingrediente, anche se non sempre hanno costruito una familiarità duratura.
Uno degli ostacoli più citati da chi lavora nel settore resta il gusto. Un matcha di qualità ha un profilo erbaceo e leggermente amaro, meno immediato per chi è abituato a bevande più dolci e rotonde. È anche per questo che il segmento dei prodotti pronti da bere ha trovato spazio: rende il matcha più accessibile, ne abbassa la soglia d’ingresso e lo avvicina a un consumo quotidiano.
In questa direzione si inserisce MBG Group, incubatore europeo di brand con sede in Germania, che ha lanciato Matchami, un ready-to-drink a base di matcha e avena in lattina da 250 ml. Il prodotto è pensato come alternativa a caffè ed energy drink, con una formula vegana e una distribuzione orientata a più canali, tra retail, horeca ed e-commerce. È un esempio abbastanza chiaro di come un ingrediente percepito come specialistico venga ripensato per un pubblico più ampio, senza però cancellarne del tutto l’identità di partenza.
Il punto, però, non è solo commerciale. Ogni volta che un prodotto come il matcha entra in un formato più semplice e più immediato, cambia anche il modo in cui viene raccontato. La grammatica del rito lascia spazio a quella dell’uso quotidiano, e i due linguaggi finiscono per convivere più che scontrarsi.
Premium e accessibile possono coesistere
Accanto a questa spinta verso la praticità, il matcha continua a vivere anche in una dimensione più tradizionale e premium. Rimangono centrali la coltivazione all’ombra, la lavorazione in tencha e la macinatura finale che trasforma le foglie in polvere fine. Rimangono anche le degustazioni, la formazione sensoriale e la cerimonia del tè come riferimento culturale e tecnico.
Per questo è più corretto parlare di coesistenza che di sostituzione. I formati tradizionali e quelli più accessibili non descrivono due mercati separati in modo netto, ma due modi diversi di avvicinarsi allo stesso ingrediente. Il primo insiste su preparazione, memoria e ritualità; il secondo su semplicità, velocità e continuità d’uso. Tra i due estremi si sta costruendo buona parte dell’interesse contemporaneo per il matcha.
È qui che si legge meglio la sua evoluzione recente: non tanto come esplosione uniforme, quanto come allargamento di funzione. Il matcha resta legato a un’eredità precisa, ma oggi trova spazio anche in forme più leggere, più immediate e più facili da integrare nelle abitudini quotidiane. Quanto questa traiettoria durerà dipenderà da un equilibrio sottile: mantenere riconoscibile il prodotto senza renderlo troppo distante da chi lo incontra per la prima volta.
