Come l’Asia sta cambiando il caffè, tra Filippine, competizioni e catene cinesi
Per molto tempo il caffè asiatico è stato raccontato quasi solo come un mercato in espansione: più consumatori, più città, più caffetterie. Oggi il quadro è un po’ diverso. In alcuni casi molto concreti, l’Asia non si limita più ad assorbire idee nate altrove, ma le rimette in circolo con un proprio lessico, dal specialty più identitario alle catene più commerciali.
Il caso delle Filippine è uno dei più interessanti. Il paese coltiva commercialmente arabica, robusta, liberica ed excelsa, una combinazione rara a livello globale. La liberica filippina, conosciuta localmente come barako, viene spesso descritta con note legnose e molto aromatiche; l’excelsa, che talvolta è considerata una varietà di liberica, aggiunge un profilo fruttato e un’acidità vivace. Per anni queste specie sono rimaste ai margini del consumo occidentale, ma qualcosa si sta muovendo: un caffè di San Diego serve ora excelsa in purezza, un segnale della maggiore visibilità che questa specie sta trovando anche fuori dal suo contesto d’origine.
Il discorso, però, non riguarda solo le specie botaniche. Ube, il tubero viola dolce molto presente nella cucina filippina, e pandan, la foglia aromatica diffusa in tutta l’Asia sudorientale, stanno comparendo su menu di caffetterie in diverse grandi città, spesso in latte stagionali o cold foam aromatizzati. È un passaggio che si inserisce anche nella circolazione culturale portata dalla diaspora filippina e dall’interesse di consumatori più giovani, curiosi di ritrovare o scoprire sapori non convenzionali. Non siamo davanti a un fenomeno uniforme, ma a segnali che si fanno notare soprattutto in contesti urbani specifici.
Un’Asia specialty più visibile
Accanto alla riscoperta di ingredienti e specie, anche il circuito professionale del caffè sta dedicando più attenzione alla qualità dei roaster asiatici. I Global Coffee Awards, competizione internazionale che valuta il caffè tostato con sessioni di assaggio alla cieca, hanno annunciato un’edizione Asia per il 2026, con l’obiettivo di mettere a confronto roaster di mercati maturi e di aree in rapida evoluzione su criteri di giudizio comuni.
La scelta non è solo simbolica. Per realtà come Giappone e Taiwan si tratta di mercati già consolidati; per India, Indonesia e Cina, invece, la crescita dello specialty è più recente e ancora in definizione. Shanghai, in particolare, ha attirato attenzione per la densità e la qualità della sua scena caffè, mentre in altri paesi asiatici sta emergendo una nuova generazione di torrefattori che prova a costruire un linguaggio più riconoscibile nel panorama internazionale. Il punto non è certificare un primato dell’Asia, ma leggere un insieme di movimenti che sta diventando più visibile anche fuori dai confini regionali.
Le catene cinesi e l’ingresso nei mercati occidentali
Se il specialty racconta una ricerca di identità, le catene mostrano un’altra faccia della stessa evoluzione. Cotti Coffee, catena cinese con una rete domestica ampia e una presenza in più di 30 paesi, ha iniziato ad aprire sedi negli Stati Uniti nella primavera del 2024, partendo dalle Hawaii e poi arrivando in New York, California, Illinois, Tennessee e altri stati. Il formato è quello di una caffetteria urbana accessibile, con un’offerta costruita intorno a bevande personalizzabili e prezzi pensati per competere con le grandi catene americane.
Il suo ingresso nel mercato statunitense è passato in modo piuttosto discreto, senza il clamore che ha accompagnato altre insegne cinesi, ma resta significativo proprio per questo: mostra come un modello nato in Asia stia cercando spazio in un ambiente maturo e molto competitivo. Cotti Coffee afferma di avere oltre 18.000 punti vendita in più di 30 paesi, un numero che rende più chiara la scala del brand, anche se il suo posizionamento negli Stati Uniti sembra adattarsi a logiche diverse rispetto a quelle del mercato domestico.
Cotti Coffee e Luckin Coffee, altra catena cinese dal profilo internazionale, non operano nello stesso segmento dello specialty indipendente. Eppure la loro presenza negli Stati Uniti racconta qualcosa di più ampio: il caffè asiatico non è più soltanto una storia di consumo interno o di crescita locale, ma anche un insieme di modelli che prova a trovare posto in mercati dove, fino a poco tempo fa, era quasi assente. Non è una rivoluzione compiuta, né un ribaltamento definitivo degli equilibri globali. È però un cambiamento visibile, fatto di esempi concreti, che merita di essere osservato da vicino.
