Intervista a Primo Franco: il Prosecco, la marca e il valore del territorio
Primo Franco è uno dei nomi più autorevoli di Valdobbiadene: la sua famiglia guida Nino Franco Spumanti dal dopoguerra, e a lui si deve buona parte del percorso che ha portato il Prosecco Superiore a diventare una denominazione riconosciuta a livello internazionale, la DOCG che oggi convive con la ben più ampia DOC. Già negli anni Ottanta è stato tra i primi a scommettere su un vino allora ancora chiamato “Prosecchino”, portandolo verso uno stile caratteristico e riconoscibile, firmato dal produttore: la cuvée Primo Franco, nata dalla vendemmia 1983, resta il simbolo di quella svolta.
In questa intervista per Beverella, Franco racconta come sono cambiati negli ultimi vent’anni il modo di raccontare e di consumare il Prosecco, la differenza tra la Denominazione — un bene comune da rispettare nelle sue regole — e il Brand, che è invece un bene proprietario e garantisce al consumatore la distinzione tra i diversi livelli qualitativi, le differenze di terreno tra le colline di Valdobbiadene e quelle del Coneglianese, e cosa significa, oggi, restare fedeli a un’idea di qualità in un territorio dove il mercato spingerebbe nella direzione opposta.
Nino Franco è uno dei nomi storici di Valdobbiadene e ha avuto un ruolo centrale nell’affermazione del Prosecco Superiore DOCG. Come è cambiato, secondo lei, il modo di raccontare e percepire il Prosecco negli ultimi vent’anni, in Italia e all’estero?
Ormai da tempo il mondo Prosecco è diventato un fenomeno mondiale che ha cambiato la percezione e i tempi di consumo dei vini spumanti in generale: abbiamo esportato inizialmente uno stile di vita veneto, e la conseguenza logica è stata che il consumo degli spumanti è diventato da celebrativo a quotidiano. È il mio credo che oggi, se la Denominazione — nel caso specifico la DOCG — è un bene comune che deve essere rispettato nel significato più ampio della parola e nelle sue regole e principi, la differenza la fa il valore e la credibilità della Marca (Brand), che è un bene proprietario e che garantisce il consumatore finale nella distinzione dei diversi livelli qualitativi. Quindi quando si racconta il proprio lavoro, prima “nome e cognome” e poi la Denominazione. Noi vendiamo Nino Franco VC Prosecco Superiore DOCG.
La vostra filosofia ha sempre messo la qualità prima della quantità, in un territorio dove la domanda di mercato potrebbe spingere nella direzione opposta. Cosa significa concretamente, in vigna e in cantina, restare fedeli a questo approccio?
Essere coerenti.
Lavorate con uve provenienti da aree diverse delle colline di Valdobbiadene. Quali differenze — di esposizione, di suolo, di singola zona — incidono davvero sul carattere dei vini, e come orientano le vostre scelte in cantina?
Storicamente i suoli di Valdobbiadene danno origine a vini più eleganti, mentre al di là del torrente Soligo, sulle colline del Conegliano, si producono vini leggermente più corposi e ricchi in alcol. Produrre vini spumanti vuol dire conoscere profondamente l’arte dell’assemblaggio, per ottenere alla fine dei vini base nei quali riconoscere uno stile e una “consistency” che nel tempo dà valore e riconoscibilità alla mano dell’enologo e dell’azienda.
Con l’espansione della denominazione Prosecco DOC su aree molto ampie, come vi ponete rispetto alla necessità di distinguere il Superiore DOCG agli occhi del consumatore, soprattutto internazionale?
La risposta è nei commenti precedenti, ai quali aggiungo che la parola magica è Prosecco: il mondo conosce questa. Se volessimo cambiarla faremmo un regalo enorme a tutti quelli che producono entrambi le Denominazioni e i generici che le accompagnano, danneggiando chi produce solo la DOCG e la esporta nel mondo come Valdobbiadene Conegliano Prosecco Superiore DOCG.
Se dovesse scegliere un vino della storia di Nino Franco per raccontare una svolta dell’azienda, quale sceglierebbe? Quale decisione o cambiamento rappresenta?
Il nostro Prosecco Primo Franco — mi permetta l’abbreviazione — prodotto per la prima volta dalla vendemmia 1983, pensando a quando il Prosecco era il vino di fine pasto, cioè un demi-sec, oggi diventato Dry: utilizzando una parcella di una vigna più grande, con l’annata in etichetta e firmato dal produttore. Era il messaggio che ci sarebbe stata una nuova via nella filosofia aziendale.
Dopo aver guidato una fase decisiva della crescita di Nino Franco, che cosa ritiene vada trasmesso senza compromessi alla generazione successiva, e che cosa invece deve poter cambiare?
Che i soldi non sono tutto, e che vanno rispettate e mantenute fertili e produttive le “Rive” che hanno contribuito al benessere dei loro nonni e padri e che oggi, considerate faticose, qualche volta vengono guardate con occhi diversi.
- Credits: Arcangelo Piai
- Credits: Arcangelo Piai
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