Natural Soda e acqua in bottiglia: due risposte a un consumatore più attento
Nel segmento delle bevande analcoliche stanno emergendo due risposte molto diverse a una stessa sensibilità del consumatore: da un lato il desiderio di ingredienti semplici e riconoscibili, dall’altro l’attenzione a un gesto quotidiano come bere acqua in modo pratico e affidabile. Sono due casi distinti, ma entrambi mostrano quanto oggi il valore di una bevanda passi anche dalla fiducia che riesce a trasmettere.
In Germania, Joony’s, startup fondata da Josa Rödiger, ex responsabile vendite per la regione DACH di LemonAid e ChariTea, e da Bijan Mashagh, sta lanciando Natural Soda, una proposta che l’azienda presenta come una nuova categoria. Il prodotto punta a collocarsi tra le bibite classiche, spesso associate a un contenuto di zucchero più alto, e le versioni zero, che fanno ricorso a dolcificanti. La formula è quella di una bevanda gassata con succo di frutta reale, senza zuccheri aggiunti e senza edulcoranti, in arrivo da luglio 2026 in alcuni punti vendita EDEKA e in canali selezionati di ristorazione e travel retail.
Il messaggio è chiaro: offrire un’alternativa che non costringa il consumatore a scegliere tra dolcezza marcata e retrogusto artificiale. Joony’s prova a occupare uno spazio intermedio, costruendo il proprio posizionamento attorno a ingredienti leggibili e a una promessa di semplicità. È un approccio che parla a chi cerca un soft drink meno prevedibile delle categorie già note, senza spostarsi però nel territorio delle bevande funzionali o di quelle che fanno leva soprattutto sul benessere percepito.
Acqua confezionata e reputazione
La seconda storia viene dagli Stati Uniti e riguarda un prodotto molto più maturo: l’acqua in bottiglia. Secondo i dati di settore, è stata la bevanda confezionata n. 1 nel Paese per dieci anni consecutivi. Eppure la categoria si trova ancora al centro di una discussione pubblica resa più complessa dal tema delle microplastiche, che spesso finisce per essere raccontato attraverso immagini di bottiglie di plastica, anche quando la questione è più ampia e riguarda l’impatto ambientale dei materiali nel loro insieme.
Matt Herrick, presidente e CEO dell’International Bottled Water Association, ha provato a correggere questa lettura. La sua posizione non nega l’esistenza del tema né l’interesse scientifico che lo circonda; punta piuttosto a mettere in discussione l’idea che l’acqua in bottiglia debba essere il simbolo automatico di quel dibattito. È una distinzione importante, perché il modo in cui un tema viene rappresentato influenza spesso anche il modo in cui viene recepito.
Per l’industria, il rischio è che un messaggio troppo semplificato finisca per allontanare alcune persone da una scelta che resta, nella pratica, una delle più immediate e accessibili. L’associazione di settore sostiene che scoraggiare l’uso dell’acqua in bottiglia possa portare alcuni consumatori a bere meno o a orientarsi verso bevande zuccherate. Si tratta di una preoccupazione coerente con la funzione primaria del prodotto, ma resta pur sempre una lettura dell’industria, non una conclusione definitiva sui comportamenti di consumo.
Il punto, in altre parole, non è difendere il packaging in sé. È osservare come un prodotto semplice possa diventare il bersaglio di una narrazione più ampia, mentre altri materiali o altre categorie restano sullo sfondo. Nel beverage, la reputazione non si costruisce solo con la formula: passa anche da come una categoria viene raccontata, interpretata e, in certi casi, semplificata oltre misura.
Due casi, una stessa attenzione
Letti insieme, questi due esempi non dimostrano una tendenza unica e già definita. Offrono piuttosto una fotografia utile di come il mercato analcolico stia cambiando linguaggio. Da una parte un nuovo brand prova a entrare nello spazio lasciato scoperto tra eccesso di zucchero e dolcificazione artificiale; dall’altra una categoria consolidata lavora per difendere il proprio ruolo quotidiano in un contesto comunicativo più rumoroso.
In entrambi i casi, il centro del discorso non è solo il gusto. È la capacità di far percepire una bevanda come credibile, comprensibile e coerente con ciò che promette. Nel beverage di oggi, questa credibilità può valere quasi quanto la ricetta.
