Due denominazioni, due modi di rilanciare l’identità del vino italiano
C’è un modo di reagire alla pressione del mercato che non passa dai grandi slogan, ma da scelte molto concrete: un disciplinare aggiornato, un nome dato a una tipologia già esistente, una lettura più precisa del territorio. È quello che sta accadendo in due denominazioni italiane, il Morellino di Scansano in Toscana e il Valpolicella in Veneto. Non si tratta di una svolta generale per tutto il vino italiano, ma di due casi che mostrano come alcune aree stiano lavorando sull’identità a partire dalle regole e dal vigneto.
Lo sfondo resta quello di un mercato sotto pressione. Nel quadro europeo, i consumi hanno continuato a ridursi nell’ultimo decennio e gli scambi internazionali si sono assestati dopo i picchi toccati nei primi anni Venti. In questo scenario, il tema della competitività non riguarda solo i numeri, ma anche la capacità delle denominazioni di presentarsi in modo più leggibile, senza perdere complessità.
Morellino di Scansano: dare un nome a ciò che già esisteva
Nel caso del Consorzio Tutela Morellino di Scansano, la novità più immediata è la piena operatività della tipologia Superiore. Non si parla di un vino nuovo, ma del riconoscimento formale di una categoria che diversi produttori già interpretavano e comunicavano. È una mossa che serve a ordinare meglio la gamma, collocando il Superiore tra l’Annata e la Riserva e dandogli un profilo più chiaro agli occhi del mercato.
Accanto a questo, il consorzio sta portando avanti il progetto delle macroaree territoriali, pensato per rendere più leggibili le differenze interne alla denominazione. L’idea non è creare una zonazione rigida, ma offrire uno strumento in più per raccontare un territorio ampio e sfaccettato, dalla fascia più vicina alla costa fino alle aree più interne. In un’epoca in cui molte denominazioni cercano nuove parole per spiegarsi, anche questo tipo di lavoro può aiutare a spostare il discorso dal marchio al luogo.
Valpolicella: la freschezza come scelta di lettura
In Valpolicella il movimento è diverso, ma la domanda è simile: come distinguere meglio identità che oggi rischiano di sovrapporsi? Alcuni produttori stanno rilanciando una lettura più territoriale della tipologia Valpolicella Superiore, puntando su uve fresche e su vigneti di collina. L’obiettivo non è negare il ruolo dell’appassimento, che resta parte centrale della storia della zona, ma proporre uno spazio più netto per vini che vogliono esprimere freschezza, tensione e immediatezza.
È una scelta che parla di stile, ma anche di posizionamento. Quando una denominazione contiene interpretazioni molto diverse sotto lo stesso nome, il rischio è che il messaggio si diluisca. Tornare a una definizione più precisa del vigneto e del tipo di uva usata può aiutare a leggere meglio la categoria, soprattutto per chi cerca vini meno segnati dalla concentrazione e più vicini al profilo del territorio.
In entrambi i casi, il punto non è proclamare una nuova tendenza per tutto il settore, ma osservare due movimenti che vanno nella stessa direzione: dare più nitidezza alla denominazione, ridurre l’ambiguità e far pesare di più il luogo rispetto a una generica idea di stile. È un lavoro lento, tecnico, spesso poco spettacolare. Ma proprio per questo racconta bene una fase in cui l’identità del vino non si gioca soltanto nella comunicazione, bensì nelle regole che la precedono.
