Cosa racconta davvero la classifica dei 50 migliori bar
Ogni anno, quando esce la lista dei 50 Best Bars, il settore si prende qualche ora per guardarla con attenzione. La domanda non è solo chi sia arrivato in cima, ma che cosa questa classifica scelga di mettere a fuoco in un dato momento. L’edizione 2026, presentata a Milano, offre più di un indizio in questa direzione.
Il dato più immediato è Bar Leone, a Hong Kong, che resta al primo posto per il secondo anno consecutivo. Fondato dal bartender italiano Lorenzo Antinori, il locale si ispira ai bar di quartiere romani e punta su una lettura molto diretta dell’ospitalità: cocktail accessibili, atmosfera informale, meno enfasi sulla costruzione tecnica e più sul piacere di stare al bancone. In una graduatoria spesso popolata da indirizzi ad alto tasso concettuale, è un risultato che si fa notare.
Anche la geografia della lista merita attenzione, almeno se letta come fotografia di questa edizione. Hong Kong è la città asiatica più rappresentata, con quattro locali. E quei quattro indirizzi raccontano identità molto diverse: uno richiama l’Italia, uno rievoca la Cuba d’epoca, uno è un bar d’albergo nel Four Seasons, uno porta il nome del suo fondatore giapponese. È un insieme che dice qualcosa sul pubblico di questi spazi: spesso internazionale, spesso in viaggio, spesso alla ricerca di un’esperienza che non coincida per forza con una sola idea di località.
Parigi, Atene e una mappa che si sposta
In Europa, che continua a occupare una parte importante della lista, il movimento più evidente è questo: per la prima volta, Parigi supera Londra per numero di presenze, con quattro locali. Atene consolida una presenza che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata meno prevedibile. Madrid rientra con Angelita, mentre Barcellona mantiene due posizioni forti con Paradiso e Sips. Milano, città che ospitava la cerimonia, piazza Moebius Milano al secondo posto assoluto.
Il podio di quest’anno – Hong Kong, Milano, Cartagena – funziona da istantanea di tre modi molto diversi di intendere il bar: tre continenti, tre contesti, tre letture dell’ospitalità. Alquímico, a Cartagena, raggiunge il No. 3 e firma uno dei migliori piazzamenti recenti per il Sud America. Lady Bee, a Lima, e Tres Monos, a Buenos Aires, confermano comunque che l’America Latina è ormai una presenza stabile e visibile nella parte alta della classifica.
Una classifica utile, ma parziale
Sarebbe però un errore leggere questa graduatoria come uno specchio completo della cocktail culture mondiale. Il voto si basa sulle esperienze recenti degli addetti ai lavori e questo rende il risultato sensibile ai percorsi di viaggio, alla circolazione internazionale e alla visibilità che alcuni locali riescono a costruire nel tempo. Un bar meno frequentato da osservatori stranieri può raccogliere meno voti anche senza che questo dica molto sulla qualità del lavoro che fa dietro il bancone.
C’è poi il tema di ciò che la classifica premia davvero. Un bar che fonda la propria identità sulla cultura locale, sugli ingredienti del territorio o sulle storie della propria comunità parte spesso con meno esposizione internazionale rispetto a un locale ben inserito nelle reti globali del settore. Tlecān, a Città del Messico, dedicato alla cultura pre-ispanica e al racconto del paese attraverso i drink, mostra che le due cose possono convivere. Ma resta un equilibrio difficile, e non sempre la classifica lo valorizza nello stesso modo.
Anche sul fronte della sostenibilità, questa edizione sembra più misurata di altre. Più che un arretramento, può essere letta come un segnale di normalizzazione: alcune pratiche entrano nella gestione quotidiana dei bar e smettono di essere raccontate come eccezioni.
Dal Giappone arriva un altro indizio interessante. Virtu, il bar del Four Seasons Hotel Tokyo at Otemachi, si muove dentro una cultura del bancone molto riconoscibile, fondata sull’omotenashi, cioè un’idea di ospitalità che anticipa i bisogni dell’ospite, e sull’uso di ingredienti come yuzu, shiso e shochu. Non è un dettaglio folkloristico: è una forma precisa di identità, costruita nel tempo e ancora capace di farsi notare a livello internazionale.
Con tutti i suoi limiti, la lista resta utile proprio perché mostra dove si concentrano attenzione, investimento e conversazione nel mondo del bar. Non racconta tutto, e non pretende di farlo. Ma aiuta a leggere quali modelli di eccellenza risultano più condivisi, almeno tra chi partecipa al voto.
