Vino dealcolato, segnali di crescita tra cantine, tecnologia e concorsi
Per molto tempo il vino dealcolato è rimasto in una zona laterale del discorso enologico: abbastanza tecnico da interessare gli addetti ai lavori, ma ancora lontano dall’idea di un prodotto pienamente integrato nell’offerta del vino. Oggi, più che di svolta, si può parlare di una serie di segnali che arrivano da ambiti diversi e che indicano un interesse crescente, soprattutto in Italia, verso questa categoria.
Il primo riguarda la produzione. Cantine Settesoli, grande cooperativa vitivinicola siciliana con sede a Menfi, ha ottenuto l’autorizzazione fiscale a produrre vini dealcolati, presentandosi come la prima cantina dell’isola a muoversi in questa direzione. La cooperativa sta valutando o utilizzando tecnologie di dealcolazione, compresi sistemi a evaporazione sotto vuoto, per ridurre l’alcol cercando di preservare il profilo aromatico del vino. Per una realtà legata in modo forte al territorio, il passaggio suggerisce che il segmento non viene più osservato solo come curiosità sperimentale, ma come possibile area di sviluppo commerciale.
La dealcolazione esce dalla sola cantina
Il secondo fronte è tecnologico e riguarda il rapporto tra vino e consumatore. Vasongroup, azienda veronese attiva da decenni nei sistemi enologici, ha sviluppato una versione compatta della propria tecnologia di dealcolazione pensata per il lavoro in laboratorio e per piccole cantine. In parallelo, sta lavorando a un dispositivo domestico per ridurre il contenuto alcolico del vino prima del servizio. Il principio resta quello delle membrane microporose idrofobiche: una soluzione già impiegata su scala industriale, che consente di separare l’alcol senza riscaldare il vino e senza mettere direttamente in contatto i liquidi.
Secondo l’azienda, il dispositivo potrebbe arrivare entro fine anno, con un prezzo di alcune migliaia di euro. Più che un oggetto per chi cerca sempre e comunque un vino analcolico, viene presentato come uno strumento flessibile: utile per abbassare la gradazione di etichette naturalmente più alcoliche oppure per offrire in ristorante un’alternativa a chi desidera limitarsi in un contesto informale, come una cena prima di mettersi alla guida. È un modo diverso di leggere la dealcolazione, non più soltanto come fase produttiva ma come servizio modulabile in base all’occasione.
Un riconoscimento ancora parziale, ma significativo
Il terzo segnale arriva dai concorsi. Al Mundus Vini Summer Tasting 2026, rassegna internazionale organizzata dal gruppo editoriale tedesco Meininger, i vini dealcolati sono stati valutati come categoria formale, con 144 etichette in gara accanto a quasi 3.000 vini tradizionali. Tra le medaglie d’oro assegnate ai vini no-alcohol figuravano anche etichette italiane di Caviro, Valdo e Lea Winery.
Il dato non basta, da solo, a parlare di maturità piena del segmento o di una legittimazione ormai consolidata a livello internazionale. Però conta: quando un grande concorso apre uno spazio specifico ai vini dealcolati e li valuta con gli stessi strumenti del resto del campione, il messaggio è che la categoria ha raggiunto una visibilità diversa rispetto a pochi anni fa. Insieme alle mosse delle cantine e della tecnologia, questo passaggio suggerisce un movimento più ampio: il vino dealcolato resta una nicchia, ma sta cercando una posizione meno marginale nel racconto contemporaneo del vino.
