Il vino davanti ai numeri: consumi in calo, formati nuovi, mercati da osservare
Il vino sta entrando in una fase in cui i numeri contano più delle impressioni. Nel 2025 il consumo mondiale è sceso del 2,7%, mentre l’Italia ha segnato un calo del 9,4%. È un dato che pesa, soprattutto perché arriva da mercati maturi e non da un singolo scarto stagionale. Più che un cambio improvviso, sembra il segnale di una domanda che in alcuni paesi occidentali continua a ridursi, complice un rapporto diverso con l’alcol e una maggiore attenzione alla moderazione.
Tra i mercati chiave per l’export italiano, Germania e Stati Uniti hanno mostrato una contrazione nell’ordine del 4-5%. Anche la Francia si è mossa nella stessa direzione. Letti insieme, questi numeri non raccontano una crisi isolata, ma una pressione che riguarda soprattutto i paesi dove il vino ha costruito per decenni la propria base più solida. Non basta però fermarsi al rallentamento: nello stesso quadro emergono anche segni di interesse in aree che fino a poco tempo fa avevano un peso più marginale nel racconto internazionale del vino.
Il Brasile, in particolare, ha registrato una forte crescita dei consumi nel 2025, confermandosi un mercato da osservare con attenzione per il vino europeo e italiano. È un dato interessante non solo per la sua direzione, ma per ciò che suggerisce: le mappe del consumo non sono più immobili, e alcuni paesi stanno acquisendo un ruolo più visibile proprio mentre altri arretrano.
Formati più piccoli, consumo più flessibile
Accanto ai cambiamenti geografici, si sta muovendo anche il prodotto. Nel segmento no e low alcohol, Cantine Riunite, cooperativa emiliana attiva sui mercati internazionali, ha introdotto negli Stati Uniti una versione da 187 ml delle sue referenze analcoliche, con un occhio al canale convenience e alle occasioni di consumo più informali. Il formato singolo non risolve il problema del calo, ma intercetta un’abitudine diversa: quella di chi vuole aprire meno, bere meno o semplicemente scegliere con più libertà il momento in cui consumare.
Questo tipo di proposta si inserisce in un contesto che negli Stati Uniti sta dando spazio ai vini analcolici. NielsenIQ ha indicato che il comparto ha superato 1 miliardo di dollari nelle vendite off-premise nel 2025. Il dato, da solo, non dice tutto sul futuro del segmento, ma conferma che il no-alcohol non è più soltanto una nicchia di curiosità. Per alcuni produttori rappresenta una via per rientrare in occasioni d’uso che il vino tradizionale presidia meno facilmente; per i consumatori, invece, può diventare una risposta semplice a esigenze molto diverse tra loro.
Il tema della moderazione, in ogni caso, si è ormai spostato anche sul piano culturale. Nei principali appuntamenti di settore, il basso tenore alcolico non viene più trattato come un’eccezione marginale, ma come una delle possibili chiavi per leggere il comportamento delle nuove generazioni. È un passaggio che non riscrive da solo il mercato, ma che mostra quanto il linguaggio del vino stia cercando nuovi punti di contatto con pubblici meno prevedibili rispetto al passato.
Territorio e accessibilità, senza irrigidire il racconto
In parallelo, alcune denominazioni italiane stanno provando a parlare a un pubblico più ampio partendo dall’identità del territorio, ma con un tono meno autoreferenziale. Il Consorzio Vini Bardolino ha scelto di legare il proprio anniversario a un confronto su identità, valore e capacità di restare leggibili anche per chi non è già un consumatore esperto. È una sfida comune a molte aree del vino italiano: come mantenere riconoscibilità e coerenza senza trasformare la tradizione in un linguaggio chiuso.
In questo senso, anche il modo di raccontarsi conta quanto il vino nel bicchiere. Degustazioni aperte, musica, arti visive e momenti pensati per un pubblico non specialistico vanno nella direzione di un’esperienza più ampia, in cui la denominazione non si limita a celebrare sé stessa ma prova a costruire una relazione. Non è una soluzione definitiva al calo dei consumi, e non pretende di esserlo. Ma aiuta a leggere un punto essenziale: in una fase più incerta, il vino deve trovare forme di accesso più semplici senza perdere identità.
Guardando questi segnali nel loro insieme, il quadro che emerge è meno quello di una svolta già compiuta e più quello di un settore che sta cercando risposte diverse a pressioni diverse. I consumi arretrano in alcuni mercati maturi, si rafforzano altrove, e i formati alternativi guadagnano spazio in contesti dove il vino classico fatica a rinnovare la propria presa. Non c’è ancora un modello unico, ma si vede con chiarezza la direzione della ricerca: più flessibilità, più segmentazione, più attenzione a come il vino entra nella vita quotidiana.
