Dal Pornstar Martini al Refajo: il gusto della semplicità nel bicchiere
C’è un filo riconoscibile che attraversa alcune conversazioni interessanti sulla mixology di oggi: il piacere di bere qualcosa che non abbia bisogno di troppe spiegazioni. Non un cocktail costruito per impressionare con la tecnica, ma un drink che funziona perché arriva subito, per gusto, memoria o semplice chiarezza di idea.
In questo spazio si è riaperta la partita dei cosiddetti “tini”, una famiglia di cocktail spesso a base vodka, nati tra gli anni Ottanta e i primi Duemila, quasi sempre fruttati e colorati, a lungo considerati leggeri nel senso sbagliato del termine. Tra i nomi più noti c’è l’Espresso Martini, ampiamente attribuito al bartender britannico Dick Bradsell nella Londra degli anni Ottanta. Il suo ritorno ha riportato visibilità anche ad altri drink della stessa galassia, come Pornstar Martini, Lychee Martini, Appletini e French Martini, oggi riconsiderati da alcuni bar contemporanei con un approccio meno ideologico e più curioso.
Non si tratta soltanto di nostalgia. Parte del loro fascino sta nella capacità di essere immediati senza risultare banali, e nel modo in cui consentono ai bartender di lavorare su formule note senza cancellarne il carattere. Un Appletini può spostarsi verso un profilo più netto, un Lychee Martini può guadagnare profondità, un Pornstar Martini può cambiare veste senza perdere il suo linguaggio diretto. In questi casi, il punto non è nobilitare per forza ciò che un tempo veniva guardato con sufficienza, ma capire perché continui a parlare a chi ordina un drink oggi.
Semplice non vuol dire povero
Su un piano diverso, ma con una logica in parte simile, si muove il Refajo, miscela colombiana di birra leggera e Colombiana, una bibita dolce e frizzante molto diffusa nel paese. È un drink senza pose, radicato nel consumo quotidiano, che si presta facilmente alla condivisione e accompagna contesti informali come pranzi lunghi, barbecue o ritrovi all’aperto. La sua forza non sta nella costruzione, ma nella funzione sociale.
La cosa interessante è che il Refajo non è rimasto solo un riferimento domestico. Bar Carmen, bar di Medellín entrato nella classifica del The World’s 50 Best Bars, ha proposto una lettura più contemporanea del drink, lavorando con birre artigianali locali e frutta tropicale. Non è un tentativo di trasformarlo in qualcos’altro, ma di spostarne il registro con attenzione, senza perdere il legame con la bevuta originale. Il risultato è una versione che resta immediata e condivisibile, ma acquista una sfumatura diversa nel bicchiere.
Refajo esiste anche in formato ready-to-drink in Colombia, per esempio con il nome Cola y Pola. Anche qui, ciò che conta non è l’eccezionalità del formato, ma la sua coerenza: alcuni drink sopravvivono e cambiano forma proprio perché rispondono a un bisogno molto semplice, quello di essere familiari, pratici e riconoscibili.
Due casi, non una regola
Messi uno accanto all’altro, il ritorno dei “tini” e la traiettoria del Refajo suggeriscono qualcosa di utile da osservare, ma non una legge generale. In certi contesti, alcuni drink vengono oggi rivalutati nonostante, o forse proprio grazie a, una struttura essenziale e a un’immagine pop. Non devono dimostrare la loro forza attraverso la complessità tecnica: la trovano nella memoria che attivano, nella rapidità con cui entrano in relazione con chi li beve, nel fatto che sembrano avere un posto preciso in una determinata occasione.
È un segnale che vale soprattutto come lettura editoriale del momento. Nei menu di alcuni bar, la semplicità non appare più come una scorciatoia o una concessione al gusto facile, ma come una scelta consapevole. E il successo di certi drink, vecchi o reinterpretati, ricorda che nel bicchiere la chiarezza può essere una forma di autorevolezza tanto quanto la complessità.
Forse è qui che si incontra il punto più interessante: alcuni cocktail non chiedono di essere giustificati, ma solo compresi nel loro contesto. E quando succede, il piacere di berli non ha bisogno di altro per stare in piedi.
